Raffineria e malattie nella valle del Mela: le evidenze scientifiche di una relazione sempre più chiara

Il profilo di salute delineato nella valle del Mela risulta particolarmente coerente con la presenza di una raffineria di petrolio […] almeno alcune delle principali criticità sanitarie riscontrate” possono costituire “un vero e proprio danno sanitario correlabile più probabilmente alla presenza della raffineria“.

Sono queste, in estrema sintesi, le conclusioni inequivocabili a cui è giunta l’analisi dei dati epidemiologici della valle del Mela e delle evidenze scientifiche sulle cause più plausibili. Un’analisti condotta dal dott. Pasquale Andaloro, già consulente dell’OMS ed attualmente consulente della rivista scientifica “Epidemiologia e Prevenzione”, in una relazione recentemente pubblicata sul portale del Comune di Pace del Mela .

Nell’ambito del progetto SENTIERI (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento) dell’Istituto Superiore di Sanità è stata effettuata una revisione della letteratura scientifica in merito alle possibili associazioni tra patologie e specifiche fonti inquinanti.

Da tale revisione si evince che le raffinerie di petrolio risultano associate in maniera plausibile ad almeno sei specifiche patologie: tumore al polmone, malattie respiratorie, malattie polmonari acute, asma, malformazioni congenite, mortalità infantile per condizioni morbose perinatali. Vanno inoltre aggiunte le nascite pretermine, che, sebbene non considerate nel progetto SENTIERI, presentano anch’esse robuste evidenze scientifiche di associazione con le raffinerie.

Ben sei di queste sette condizioni morbose associabili alle raffinerie risultano in eccesso nella valle del Mela. E, cosa ancora più importante, almeno due di tali condizioni morbose risultano associate in maniera specifica alle raffinerie e non ad altre fonti inquinanti presenti nella zona, come le centrali elettriche e gli impianti siderurgici.

In particolare l’eccesso di malformazioni congenite nella valle del Mela, salito alla ribalta della cronaca nazionale nelle ultime settimane (noi ne abbiamo dato notizia già l’estate scorsa) trova cause plausibili, secondo la letteratura scientifica, solo nelle raffinerie di petrolio, se si escludono l’alcol e il fumo passivo, di cui non vi è alcuna evidenza di eccessi nella valle del Mela.

Pertanto la presenza della più grossa raffineria di petrolio della Sicilia (se non d’Italia)  appare nel complesso la causa di gran lunga più probabile per il quadro sanitario delineato nella valle del Mela.

Un’ipotesi che sembra rafforzata anche dalla frequenza più che doppia di acromegalia rispetto al resto della provincia e da un recente studio che correla l’acromegalia all’esposizione ad idrocarburi. Non sono poi escluse relazioni causali con le altre numerose criticità sanitarie riscontrate nella valle del Mela: dagli eccessi di tumore della tiroide a quelli di tumore del sistema nervoso, passando per linfomi e tumore alla mammella, ecc…

Un quadro che potrebbe peggiorare ulteriormente se A2A dovesse spuntarla nella propria battaglia legale contro il Piano Paesaggistico e la bocciatura dell’inceneritore. Un’eventualità da impedire ad ogni costo e su cui non bisogna abbassare la guardia.

La relazione del dott. Andaloro comunque non vuole essere fine a se stessa. Nelle conclusioni si evidenzia come i danni o i pericoli per la salute pubblica emersi richiedano “misure di prevenzione primaria da parte degli amministratori e delle autorità sanitarie locali. Tali misure consistono principalmente nelle prescrizioni sanitarie di cui agli art. 216 e 217 del Testo Unico delle Leggi Sanitarie. […]
Tali prescrizioni non possono non tradursi in una significativa riduzione dei limiti emissivi.
Ciò permetterebbe di conseguire certamente considerevoli miglioramenti nei profili di salute della popolazione residente nella valle del Mela“.

Le “prescrizioni sanitarie” erano già state espresse l’anno scorso nell’ambito del rinnovo dell’autorizzazione della Raffineria di Milazzo. Ma poi, all’ultimo minuto, vennero accantonate. Un accantonamento abusivo contro cui è stato presentato un ricorso cruciale, che andrà in decisione il mese prossimo.

Se il ricorso, sollecitato dalle associazioni e fatto proprio da sette comuni della valle del Mela (Pace del Mela, S.Pier Niceto, Monforte S.Giorgio, Gualtieri Sicaminò, Condrò, S.Lucia del Mela e Merì), uscirà vittorioso, le prescrizioni sanitarie potrebbe diventare realtà, concedendo finalmente alla valle del Mela un ambiente più salubre.

In caso contrario, bisognerà che i Sindaci di Milazzo e San Filippo del Mela si assumano le proprie responsabilità: spetterebbe infatti a loro chiedere un nuovo riesame dell’autorizzazione al fine di inserire le necessarie prescrizioni sanitarie.

 relazione pubblicata

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Approvato il Piano regionale per ridurre l’inquinamento: Industrie all’assalto con i ricorsi

La scorsa estate la Regione ha finalmente approvato il Piano di qualità dell’aria che si attendeva da anni.

Il Piano prevede, tra le altre cose, un serio abbattimento delle emissioni inquinanti delle industrie di Milazzo, Priolo/Augusta e Gela, conseguibile attraverso il miglioramento delle tecnologie.

Si tratta di uno degli atti concreti che abbiamo sempre chiesto alla Regione, ad esempio in occasione della grande manifestazione “No inceneritore” dello scorso anno.

Insomma, limiti emissivi molto più bassi degli attuali, in parte analoghi a quelli previsti nelle “precrizioni sanitarie” che sono state illegittimamente accantonate durante l’iter di approvazione della nuova Autorizzazione (A.I.A.) della Raffineria di Milazzo (ricordiamo che è pendente un ricorso su tale questione, con udienza finale il 28 febbraio).

I limiti previsti nel Piano di qualità dell’aria dovranno essere recepiti nei prossimi riesami delle autorizzazioni delle industrie.

La riduzione dell’inquinamento prevista dal Piano è comunque progressiva e verrebbe completata nel 2028.

Si tratta comunque di prescrizioni scomode per le industrie, che, se dipendesse da loro, non spenderebbero mai un centesimo per migliorare le prestazioni ambientali dei propri impianti, ovvero per ridurre le emissioni e i rischi per la salute.

 Così le industrie hanno presentato ricorso contro il Piano di qualità dell’aria (di sicuro lo hanno fatto le industrie del siracusano [1], ma è molto probabile che lo abbia fatto anche la Raffineria di Milazzo).

Invitiamo tutte le associazioni e gli enti locali interessati alla riduzione dell’inquinamento ed alla tutela della salute ad attivarsi per intervenire in giudizio contro questi ricorsi, al fine di difendere il Piano di qualità dell’aria dall’assalto delle industrie, analogamente a quanto già fatto per il Piano Paesaggistico.

Invitiamo la Regione a proseguire il percorso di tutela dei cittadini, varando limiti restrittivi sulle emissioni odorigene e dando completa attuazione al Piano Paesaggistico, che aspetta ancora di essere recepito nel Piano regolatore dell’area industriale da parte dell’Irsap.

 

Note:

[1] https://livesicilia.it/2018/11/12/piano-tutela-dellaria-la-regione-ricorsi-deboli-e-strumentali_1011968/

Raffineria di Milazzo, “trivelle”, ecc: le autorizzazioni sono del precedente governo, ma perchè non vengono revocate?

Sono di questi giorni le polemiche e i veleni sulle autorizzazioni alla ricerca di idrocarburi nello Jonio. Polemiche che denotano in generale tanta ignoranza sul funzionamento delle procedure amministrative, in primis da parte dei mass media.

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Luigi Di Maio

Volendo riassumere, c’è chi accusa l’attuale governo, ed in particolare il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa e il Ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio, di aver tradito le promesse, rilasciando le suddette autorizzazioni. C’è chi addirittura adombra spaccature tra Di Maio (capo del M5S) e Costa (anch’esso di area M5S): il primo avrebbe autorizzato, mentre l’altro sarebbe contrario.

Il ministri interessati, dal canto loro, si difendono chiarendo che la responsabilità delle suddette autorizzazioni è del precedente governo Gentiloni.

Ma come stanno realmente le cose? Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza. L’iter autorizzativo per questo tipo di attività è rappresentato, come nel caso dell’inceneritore che abbiamo seguito da vicino, dalla Valutazione di Impatto Ambientale (V.I.A.), gestita dal Ministero dell’Ambiente di concerto con il Ministero dei Beni Culturali.

Nel caso delle autorizzazioni oggi al centro delle polemiche, le relative procedure V.I.A. si sono concluse nel 2017, con l’emanazione di decreti di compatibilità ambientale firmati dall’ex Ministro Galletti. Perchè allora le polemiche di questi giorni? Perchè il 31 dicembre sono stati pubblicati dei decreti con cui anche il Mise (Ministero dello Sviluppo Economico) ha concesso l’autorizzazione finale a tali attività [1]. Molti se la sono presa con Di Maio, ma quest’ultimo in effetti stavolta non ha una diretta responsabilità. Non bisogna infatti confondere i Ministri con i relativi Ministeri, i cui atti non sempre passano dalle mani dei Ministri. Infatti i decreti del Mise in questione non sono stati rilasciati dal Ministro Di Maio, ma dal Direttore competente del Mise (l’ing. Dialuce). Questo perchè si è trattato di una normale (e obbligata) formalità amministrativa, conseguente ai decreti di compatibilità ambientale rilasciati nel 2017.

Rischiano quindi di fare un buco nell’acqua i vari Governatori regionali (in primis il Governatore della Puglia Michele Emiliano) che hanno dichiarato di voler impugnare questi ultimi decreti del Mise: semmai andavano impugnati i decreti di compatibilità ambientale firmati da Galletti nel 2017, ma ormai è troppo tardi.

L’unico che potrebbe fare qualcosa per evitare le suddette trivellazioni, a questo punto, è il Ministro dell’Ambiente Costa.

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Sergio Costa

Infatti la legge da la possibilità all’autorità che ha rilasciato un provvedimento di revocarlo o annullarlo per motivi di interesse pubblico. In questo caso il Ministro Costa potrebbe quindi revocare i decreti di compatibilità ambientale rilasciati dal suo predecessore Galletti.

Con un post su facebook il Ministro Costa ha chiarito che le autorizzazioni in essere sono state rilasciate dal precedente governo, e che lui non firmerà alcuna ulteriore autorizzazione per trivelle o air gune. Inoltre il Ministro ha dichiarato che lavorerà “per inserire nel dl Semplificazioni una norma per bloccare i 40 permessi pendenti come ha proposto il Mise” [2]. Si tratterebbe insomma di bloccare per legge air gun e trivellazioni, un po’ come fatto nel 2010, quando però sono state bloccate solo le attività entro 12 miglia dalla costa. Se l’annunciato intervento legislativo fosse stato fatto prima di dicembre, probabilmente non avremmo avuto le autorizzazioni del Mise oggi al centro delle polemiche. Sulla eventuale retroattività delle modifiche normative ci permettiamo comunque di avanzare qualche dubbio.

Il Ministro non ha invece parlato della possibilità di revocare o annullare – con uno specifico atto amministrativo – le precedenti autorizzazioni.

Siamo quindi di fronte ad un caso per certi verso analogo a quello della Raffineria di Milazzo.

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G.L. Galletti

Nel maggio 2018 l’ex Ministro Galletti ha firmato “in extremis” (cioè subito prima di andarsene) il tanto contestato decreto di rinnovo dell’A.I.A. (Autorizzazione Integrata Ambientale) alla Raffineria di Milazzo.

Nel mese di giugno, non appena il nuovo Ministro Costa si è insediato, gli sono state recapitate, da parte dell’allora Commissario straordinario di San Filippo del Mela Biancuzzo e dell’ex Sindaco Metropolitano di Messina Accorinti, due istanze dettagliate che chiedevano l’annullamento degli aspetti illegittimi del decreto AIA rilasciato poco prima da Galletti. Tali istanze contestavano in particolare:

  1. l’assenza nel decreto AIA delle “prescrizioni sanitarie“, che avrebbero implicato una sensibile riduzione delle emissioni inquinanti pericolose per la salute e l’introduzione di limiti alle emissioni odorigene, reputate responsabili dei fetori asfissianti di cui spesso soffre la valle del Mela;
  2. il fatto che la nuova AIA risulti addirittura meno restrittiva di quella precedente riguardo ad alcuni limiti, sebbene ciò sia espressamente vietato dalle norme in materia.

Il Ministro Costa non ha però dato alcun seguito a tali istanze. Tanto che, per ottenere la correzione del decreto AIA, sette comuni della valle del Mela hanno dovuto presentare un ricorso, ottenendo la fissazione urgente dell’udienza finale, che si terrà il prossimo 28 febbraio.

Ricordiamo che sulla questione anche la Sen. Barbara Floridia ha recentemente presentato una interrogazione al Ministro Costa. La risposta del Ministro per certi versi è stata interessante, perchè ha reso di dominio pubblico le violazioni commesse dalla Raffineria in relazione allo sversamento di idrocarburi nel marzo 2018, su cui sono in corso le indagini della magistratura [3]. D’altro canto il Ministro non è però entrato esplicitamente nel merito della questione dell’A.I.A.

E’ come se l’attuale governo avesse un certo timore a revocare provvedimenti o nomine del precedente governo.

Ad esempio anche la richiesta – avanzata sia da noi che da varie associazioni in tutta italia – di spostare il Direttore Lo Presti (quello delle intercettazioni in cui si autodefiniva “bastardo” che si “sputerebbe in faccia da solo” [4]), che ad oggi dirige ancora  le valutazioni e le autorizzazioni ambientali, finora non ha avuto alcun seguito.

Nel caso della revoca di precedenti autorizzazioni, talvolta i “timori” potrebbero essere spiegati con l’esigenza di non esporre lo Stato al rischio di dover pagare ingenti penali. Rischio concreto nel caso del TAP, le cui autorizzazioni risalgono a molti anni addietro, ma non certo negli altri casi. Il decreto di compatibilità ambientale sulla ricerca di idrocarburi poteva essere revocato benissimo senza incappare in alcun rischio di penali, almeno finchè il Mise non desse il suo OK finale. Anche oggi che l’autorizzazione finale è in vigore soltanto da una settimana, il rischio di penali è ancora poco significativo. Nel caso della Raffineria di Milazzo invece non si tratterebbe di annullare in toto l’autorizzazione, ma solo di correggerla, quindi il  problema delle penali non si pone neanche.

Insomma, dire che “è colpa del precedente governo”, benchè formalmente corretto, non basta a risolvere i problemi. Nel caso della Raffineria di Milazzo ci hanno pensato vari comuni a “metterci una pezza”, presentando il ricorso auspicato da diverse associazioni come la nostra: fra meno di due mesi vedremo se sarà fatta giustizia. Nel caso delle attività di ricerca di idrocarburi un ricorso oggi sarebbe invece troppo tardivo.

Caro Ministro Costa, visto che ora al governo c’è lei, perchè non utilizza il potere di autotutela che la legge le mette a disposizione, revocando o annullando i provvedimenti più controversi del suo predecessore?

 

Note:

[1] Bollettino ufficiale degli idrocarburi del 31 dicembre 2018, si vedano i permessi rilasciati alla Società “Global Med” – https://unmig.mise.gov.it/images/buig/62-12.pdf

[2] https://www.facebook.com/SergioCostaMinistroAmbiente/posts/526212624555788

[3] https://cittadinicontroinceneritore.org/2018/12/09/la-raffineria-ha-violato-le-prescrizioni-aia-la-clamorosa-gaffe-di-oggimilazzo-incappata-nel-depistaggio-il-documento-che-la-smentisce/

[4] https://cittadinicontroinceneritore.org/2018/08/14/il-bastardo-che-si-sputerebbe-in-faccia-da-solo-ancora-ai-vertici-del-ministero-dellambiente-cosa-aspetta-il-ministro-costa-a-rimuoverlo/

La capitale degli inceneritori (Brescia) è la città più inquinata d’Italia

“Fate come Brescia, che ha risolto il problema dei rifiuti con un bel termovalorizzatore”. Ce lo siamo sentiti dire spesso da A2A, che vorrebbe replicare nella valle del Mela il mega-inceneritore che già gestisce a Brescia, il più grande d’italia.

Ma qualcosa di simile tutti gli italiani se lo sentono ripetere sempre più spesso da alcuni politici e da diversi organi di informazione: Brescia viene spesso presentata come esempio da seguire,  proprio grazie al suo mega-inceneritore che “accoglie” rifiuti da ogni dove e di cui, secondo la propaganda, i bresciani sarebbero pure contenti.

Peccato che Brescia sia al contempo la città più inquinata d’Italia (che coincidenza!), come certifica il rapporto ISPRA presentato ieri mattina al Senato [1]. Al contempo a Brescia c’è anche il record di tumori a livello nazionale, ma questo noi lo sapevamo già [2].

Molti giornali oggi hanno dato la notizia dei risultati del rapporto Ispra. Spesso si tratta degli stessi giornali che fino a qualche settimane fa osannavano il “modello Brescia” per l’inceneritore. Oggi questi giornali però si dimenticano di dire che a Brescia c’è l’inceneritore più grande d’italia.

Poche le eccezioni, come il Fatto Quotidiano e Contropiano, di cui riportiamo integralmente l’articolo molto interessante [3]:

“Sono 19 le città italiane dove sono stati registrati valori oltre la norma giornalieri di PM10 (al 10 dicembre 2018, una in più dell’anno scorso. Ad aggiudicarsi la maglia nera è Brescia, con ben 87 sforamenti. A rivelarlo è l’edizione 2018 del rapporto Ispra-Sistema nazionale di protezione dell’ambiente sulla qualità dell’ambiente urbano che prende in esame ben 120 città e 14 aree metropolitane.
I bresciani dovrebbero seriamente preoccuparsi se si considera che L’Agenzia Europea per l’Ambiente ha stimato che in Italia, nel 2014, 50.550 morti premature potevano essere attribuibili all’esposizione a lungo termine alle PM 2,5, 17.290 al biossido di azoto e 2.900 all’ozono.

Tra l’altro occorre ricordare che non si tratta di una sorprendente novità: l’Istat il 22 giugno 2010 presentò i risultati dell’analisi sulla qualità dell’aria in 221 città europee desunti da AirBase dell’Agenzia europea per l’ambiente (EEA), da cui risultò che nel 2008 la qualità dell’aria respirata a Brescia è stata di 2,3 volte superiore ai parametri, facendo registrare il terzo dato peggiore a livello europeo, dopo quello della città bulgara di Plovdiv e di Torino; inoltre anche nel 2013 Brescia aveva già indossato la maglia nera per l’aria più inquinata d’Italia con una media annua di 31 μg/m3 di PM2,5, rispetto alla media nazionale di 18, quasi il doppio, sempre certificata dall’Ispra nell’Annuario dei dati ambientali 2014 – 2015. Un livello tre volte più elevato del “ valore soglia per la protezione della salute di 10 μg/m3, suggerito dall’Oms”.

Solo che questa volta la notizia è stata sparata dai media nazionali e, dunque, fa scalpore.

Ora ci si potrebbe chiedere: perché proprio Brescia ha reiterato questo sconfortante primato?

A ben vedere, la città è collocata ai margini delle Prealpi e dunque dovrebbe godere di una relativa maggiore circolazione dell’aria (la nota brezza di monte) rispetto ad altre città padane. Né si può pensare che il traffico veicolare sia superiore ad altre città, Milano soprattutto.

Per di più Brescia ospita uno dei più grandi inceneritori d’Italia che a detta di A2A (assecondata dall’Amministrazione comunale) “pulirebbe” l’aria della città. In realtà la peculiarità di Brescia è proprio quella di ospitare in città il mega inceneritore e l’unica centrale a carbone, sempre di A2A, operante in un grande centro urbano. La motivazione è che la cogenerazione, utile a produrre acqua calda da immettere nel teleriscaldamento, per essere economicamente sostenibile deve essere alimentata da combustibili poco o nulla costosi, come il carbone e i rifiuti. Poco costosi, ma ovviamente altamente inquinanti, come attestano i “primati” da maglia nera conquistati dalla città che sbugiardano le frottole raccontate da A2A e dall’Amministrazione comunale di Brescia, targata Pd.

Certo Brescia è un caso molto curioso: nonostante un così elevato tasso di inquinamento dell’aria si tollera che vi funzioni a pieno regime un inceneritore che brucia ogni anno circa 730.000 tonnellate di rifiuti a fronte di un “fabbisogno” provinciale di rifiuti da smaltire, a valle della raccolta differenziata, di circa 180.000 tonnellate annue. Dunque più della metà dei rifiuti sono importati, sotto forma di rifiuti speciali, simil “ecoballe”, con problemi ricorrenti di infiltrazioni criminali, per cui sono indagati gli stessi vertici di A2A ambiente. Ed è grottesco l’attuale dibattito in cui in particolare i leghisti non ne vogliono sapere di andare in soccorso di Roma, in emergenza per l’incendio all’impianto TMB, cosicché tutti compatti contro i rifiuti urbani romani e tutti zitti sui rifiuti speciali, ben più problematici, che arrivano a centinaia di migliaia di tonnellate nell’inceneritore di Brescia da tutta Italia!

E ad A2A si è permesso di raccontare in sede istituzionale, Commissione ambiente del Comune di Brescia, la frottola che la centrale a carbone (che, essendo policombustibile, potrebbe da subito funzionare a metano) deve comunque continuare a bruciare carbone perché costa meno e perché non inquinerebbe più del metano: la differenza, dati di Asm-A2A, è di 464 tonnellate all’anno di biossido di zolfo in più, un’enormità per l’aria di una città. Come un’enormità sono le emissioni di ossidi di azoto dell’inceneritore e della medesima centrale a carbone, pari a oltre 530.000 tonnellate, tutti inquinanti precursori delle PM2.5 e PM10.

Questi impianti altamente inquinanti (inceneritore e centrale a carbone), del tutto inutili e sovradimensionati, vengono giustificati perché necessari ad alimentare il teleriscaldamento, un sistema elefantiaco (migliaia di chilometri di tubature), inefficiente, ancorato a tecnologie del secolo scorso, e che soprattutto richiede grandi combustioni. Un sistema che è diventato per Brescia una vera trappola, impedendole di avviare quella conversione energetica che i cambiamenti climatici e l’inquinamento dell’aria imporrebbero: abbandonare la combustioni, abbattere i consumi energetici coibentando gli edifici e implementare tutte le tecnologie solari.

Un sistema (teleriscaldamento con centrali a rifiuti e a carbone) che permette ad A2A profitti enormi, perché basato su un monopolio assoluto (per i bresciani non vi è alternativa) e su una concessione senza gara, ereditata dal passato di azienda municipalizzata, che consente profitti “estorti” senza alcuna concorrenza ai bresciani, che ora per oltre la metà vengono distribuiti ad azionisti privati.

Un caso di scuola di “prenditori”, più che di imprenditori, analogo alle concessioni autostradali e alle tante forme di capitalismo assistito dallo Stato che caratterizzano il nostro Paese.

La beffa per i bresciani è doppia: diventati bravi nel fare la raccolta differenziata, oltre il 70% dei rifiuti urbani, subiscono lo scorno che i minori rifiuti da smaltire vengono sostituiti da rifiuti speciali importati e più inquinati, con un aggravio insostenibile della qualità dell’aria; per di più i risparmi ottenuti bruciando rifiuti e carbone si traducono in maggiori profitti drogati dalla posizione monopolistica di A2A che la stessa regala in gran parte ad azionisti privati.

Un bel giocattolo per far soldi senza alcun rischio e a danno dei cittadini.

Fino a quando i bresciani vorranno stare al gioco?”

 

Note:

[1] https://www.ilgiorno.it/brescia/cronaca/inquinamento-1.4353194

[2] https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/14/tumori-a-brescia-e-record-italiano-lepidemiologo-ora-via-i-vertici-dellasl/984771/

[3] http://contropiano.org/news/ambiente-news/2018/12/20/la-capitale-degli-inceneritori-e-la-citta-piu-inquinata-ditalia-0110793

 

Raffineria, che gran faccia tosta! Nega l’evidenza sulle violazioni. La Gazzetta prova a giustificarsi goffamente. Silenzio da OggiMilazzo

Il “muro di gomma” comincia a scricchiolare. Dopo le polemiche dei giorni scorsi,  la Gazzetta del Sud ha finalmente ammesso in un articolo di ieri che la Raffineria ha violato delle prescrizioni, ma con la inutile precisazione che erano dell’A.I.A. (Autorizzazione Integrata Ambientale) del 2011.

Le violazioni sono state accertate nell’ispezione di aprile, quando la nuova A.I.A. non era stata ancora rilasciata, quindi è ovvio che riguardassero l’A.I.A. vigente in quel momento. Esse sono correlate allo sversamento nel sottosuolo e nelle falde acquifere di grossi quantitativi di prodotto petrolifero da un serbatoio della Raffineria. Lo sversamento è avvenuto a marzo, ma i potenziali effetti sulla salute dei cittadini potrebbero essere in atto e/o ripercuotersi anche negli anni (o decenni) a venire. Per quei fatti è in corso un’indagine della Magistratura, che è stata informata delle violazioni da Ispra e dal Ministero dell’Ambiente.

Le violazioni della Raffineria sono state rivelate solo pochi giorni fa dal Ministro Costa [1], che ha anche aggiunto che per tali motivi ad ottobre il Ministero dell’Ambiente ha inviato una diffida alla RAM..  Quindi il fatto che le violazioni siano relative all’A.I.A. precedente non giustifica affatto la Gazzetta dall’aver inizialmente sottaciuto la notizia [2].

Altrettanto goffo il tentativo della Gazzetta di passare al contrattacco, lamentando una  “gogna social” e parlando di una presunta “propaganda ingannevole” da parte di un presunto “estremismo ambientale”.

A negare completamente l’evidenza è invece la Raffineria, che, come riportato su Tempostretto, dichiara che “NON CI SONO MAI STATE VIOLAZIONI DELLE PRESCRIZIONI AIA” [3]. Questo quando ormai sono di dominio pubblico i documenti di Ispra e del Ministero dell’Ambiente che attestano il contrario (vedi la diffida del Ministero e il Rapporto conclusivo dell’ispezione di Ispra e Arpa, a pag. 27). Una gran faccia tosta che la dice lunga sulla malafede e la inattendibilità della società che gestisce la RAM.

Le dichiarazioni palesemente false della Raffineria non fanno che alimentare i sospetti su quale sia stata la fonte del tragicomico articolo di OggiMilazzo, che, convinto di aver in mano un documento riservato, ne ha nascosto il dato più significativo, ovvero che la Raffineria avesse commesso delle gravi violazioni e che per questo fosse stata diffidata dal Ministero.

Dopo che il documento di cui parlava nel suo articolo  è diventato di dominio pubblico, rendendo palese la mistificazione, OggiMilazzo non ha ancora sentito il bisogno di rettificare o fare delle precisazioni.

Ribadiamo i seri interrogativi rivolti ad OggiMilazzo che ancora non hanno trovato risposta:

  1. Qual è la fonte misteriosa del miserevole “scoop” sulla diffida del Ministero? Perchè OggiMilazzo non la cita?
  2. Come fa ad affermare che l’AIA “c’entra poco” con la diffida,  sebbene le violazioni dell’AIA fossero chiaramente la causa della diffida?   
  3. L’intento era nascondere l’esistenza stessa di tali violazioni? In caso contrario perché l’articolo non ne ha fatto menzione?
  4. Si è trattato di un semplice abbaglio o cercava di coprire qualcuno?

 

Note:

[1] Si veda: http://www.facebook.com/SergioCostaMinistroAmbiente/photos/a.377699326073786/508054959704888

[2] La Gazzetta del Sud del 8 dicembre ha dato ampio risalto al fatto che un post su facebook del Ministro Costa [1] attribuiva a Milazzo, anzichè alla vicina Pace del Mela, la “via delle parrucche”, mentre ha completamento ignorato la ben più significativa notizia, contenuta nello stesso post , che la Raffineria ha violato l’AIA e che per questo è stata diffidata dal Ministero.

[3] La dichiarazione della RAM è riportata nella parte finale del seguente articolo: https://www.tempostretto.it/news/tirreno-sindaco-milazzo-ripreso-dagli-ambientalisti-punto-inquinamento.html).

 

Gaffe e depistaggi su una diffida del Ministero alla Raffineria. L’intento era nascondere le gravi violazioni commesse dalla RAM?

Com’è risaputo, gli impianti industriali devono rispettare ben precise regole (chiamate prescrizioni) contenute nell’Autorizzazione Integrata Ambientale (A.I.A.).

Nei giorni scorsi il Ministro Costa ha rivelato che il Ministero dell’Ambiente ha diffidato la Raffineria di Milazzo per diverse violazioni dell’A.I.A. [1].    Si tratta di un fatto grave, che potrebbe avere rilevanza penale (ricordiamo che sulla Raffineria di Milazzo gravano già diverse richieste di rinvio a giudizio).

Singolari sono state le reazioni della stampa locale e del Sindaco di Milazzo. Infatti Giovanni Formica e la Gazzetta del Sud hanno praticamente ignorato la notizia, preferendo ingaggiare con il Ministro una polemicuccia da strapazzo [2].

Ancora più strano è un articolo di OggiMilazzo dal titolo altisonante: “Diffida del Ministero dell’Ambiente alla Raffineria di Milazzo, ecco tutta la verità“.

L’articolo sembra voler negare le violazioni della Raffineria, stigmatizzando chi ha “dato per scontato che la Raffineria non avrebbe ottemperato alla nuova Aia”.  Riguardo alla diffida l’autore fa credere (e probabilmente lo crede anche lui) di essere in possesso di un documento riservato, che però si guarda bene dal pubblicare. Infatti afferma che “tutta la polemica parte da una nota inviata all’indirizzo della Ram. Una lettera i cui contenuti non sono stati resi noti ma che Oggi Milazzo è in grado di rivelare”.

Qui c’è già la prima gaffe dell’articolo: la diffida inviata dal Ministero alla RAM in ottobre non è affatto un documento riservato, ma è pubblicata sul Portale del Ministero dell’Ambiente [3]

In più OggiMilazzo sembra voler nascondere che la diffida sia legata a violazioni dell’A.I.A., che a suo dire “c’entra poco”.

Ignorando che si trattasse di un documento pubblico, probabilmente l’autore dell’articolo non temeva di essere smentito. Invece basta leggere il vero documento per scoprire che la realtà è ben diversa: la diffida è infatti dovuta proprio alle violazioni dell’AIA da parte della Raffineria, riscontrate nell’ ispezione di aprile 2018.

diffida alla ram           …diffida conti

Come fa quindi OggiMilazzo ad affermare che l’AIA “c’entra poco”?

Sul portale del Ministero è pubblicato anche il Rapporto conclusivo  dell’ispezione [4], ove si afferma chiaramente che  “per effetto della visita in loco ISPRA, d’intesa con ARPA Sicilia, ha accertato la violazione delle seguenti prescrizioni dell’atto autorizzativo…” (pag. 27).

Si tratta di violazioni correlate allo sversamento di prodotti petroliferi da un serbatoio della Raffineria nel marzo 2018, quando chiazze di idrocarburi sono state riscontrate anche a mare. Quindi è molto probabile che tali violazioni, oltre a comportare una sanzione pecuniaria, abbiano anche una importante rilevanza penale. Infatti sia Ispra che il Ministero dell’Ambiente hanno trasmesso l’informativa sulle violazioni alla Procura di Barcellona Pozzo di Gotto. Siamo fiduciosi che la magistratura stia compiendo le dovute indagini.

Riteniamo che a questo punto OggiMilazzo debba rispondere a dei seri interrogativi:

  1. Qual è la fonte misteriosa del miserevole “scoop” sulla diffida del Ministero? Perchè OggiMilazzo non la cita?
  2. Come fa ad affermare che l’AIA “c’entra poco” con la diffida, se la diffida afferma proprio il contrario? Perchè ha cercato di far credere che la diffida non c’entrasse nulla con  le violazioni dell’AIA commesse dalla Raffineria?
  3. L’intento era nascondere l’esistenza stessa di tali violazioni? In caso contrario perché l’articolo non ne ha fatto menzione, sebbene tali violazioni fossero chiaramente la causa della diffida?
  4. Si è trattato di un semplice abbaglio o cercava di coprire qualcuno?

 

Quanto alla Raffineria, non è certo la prima volta che viene “beccata” a violare le norme a cui si deve attenere. Violazioni sarebbero state riscontrate anche in occasione dell’incendio del 27 settembre 2014: per quei fatti la Procura di Barcellona ha recentemente emesso ben nove richieste di rinvio a giudizio per altrettanti responsabili della Raffineria [5]. Altre violazioni con relative diffide sono consultabili sul portale del Ministero dell’Ambiente.

Ma ci chiediamo se le violazioni riscontrate finora non siano solo la punta dell’iceberg. Ad esempio è stata effettuata un’ispezione in seguito al recente black-out di settembre 2018, quando tonnellate di prodotto petrolifero sono state bruciate in torcia per ore, inondando la valle del Mela di fumo nero (e verosimilmente carico di sostanze tossiche)?E che dire dell’incendio del dicembre 2017, che solo per un caso fortuito ha provocato solo tre feriti?

Una serie di incidenti così frequenti fa venire il sospetto che le violazioni delle prescrizioni siano in realtà ben più frequenti di quanto finora accertato. Che ne pensa il Ministero di aumentare le ispezioni e i controlli?

Ora si capisce perchè la RAM abbia fatto di tutto affinchè il Sindaco Formica e  il Commissario Biancuzzo ritirassero le “prescrizioni sanitarie”, che avrebbero garantito una significativa riduzione dell’inquinamento: se non è capace di rispettare le prescrizioni già vigenti, figurarsi le “prescrizioni sanitarie”, che sono molto più stringenti. Comunque le prescrizioni sanitarie molto probabilmente saranno riattivate dal TAR Catania tra meno di tre mesi, quindi è bene che la Raffineria cominci ad abituarsi all’idea di dover “mettere la testa a posto”, rispettando finalmente questo martoriato territorio.

 

AGGIORNAMENTO 11 dicembre: Stamane la Gazzetta del Sud, a seguito delle polemiche, ha finalmente dato la notizia delle violazioni AIA commesse dalla Raffineria, ma cercando di sminuirle in quanto riguardanti l’Autorizzazione del 2011. Le violazioni sono state accertate a seguito dell’ispezione di aprile, mentre la nuova AIA è stata rilasciata nel mese di maggio, quindi è ovvio che riguardassero l’AIA precedente. In ogni caso le violazioni sono correlate allo sversamento di una quantità indefinita di prodotto petrolifero nel sottosuolo e nelle falde acquifere, avvenuto nel mese di marzo. Le potenziali conseguenze per la salute dei cittadini potrebbero essere in atto e prodursi anche negli anni a venire. Proprio a causa di tali violazioni la Raffineria è stata diffidata dal Ministero nel mese di ottobre, il Ministro ne ha parlato pochi giorni fa, l’inchiesta della magistratura è ancora in corso, e la Gazzetta ci vorrebbe far credere che è acqua passata???

Al contrario della Gazzetta, sembra che la Raffineria si ostini ancora a negare l’evidenza, affermando che “NON CI SONO MAI STATE VIOLAZIONI DELLE PRESCRIZIONI AIA”, secondo quanto riportato da Tempostretto [6].

 

Note:

[1] Si veda: http://www.facebook.com/SergioCostaMinistroAmbiente/photos/a.377699326073786/508054959704888

[2] Si veda: http://www.facebook.com/delMela/posts/2419150531446936

[3] La diffida in questione è scaricabile al seguente link: http://www.va.minambiente.it/File/Documento/316916

[4] Rapporto conclusivo dell’ispezione alla Raffineria di Milazzo del 9-13 aprile 2018, emesso il 28/6/2018, scaricabile al seguente link: http://www.va.minambiente.it/File/Documento/290816

[5] http://www.oggimilazzo.it/2018/09/28/incendio-alla-raffineria-di-milazzo-nove-richieste-di-rinvio-a-giudizio/

[6] Si veda la parte finale del seguente articolo: https://www.tempostretto.it/news/tirreno-sindaco-milazzo-ripreso-dagli-ambientalisti-punto-inquinamento.html).

La Raffineria ha violato le prescrizioni. La clamorosa gaffe di OggiMilazzo incappata nel depistaggio: il documento che la smentisce

Nei giorni scorsi il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha rivelato che la Raffineria di Milazzo ha violato le prescrizioni dell’A.I.A. (Autorizzazione Integrata Ambientale) che è tenuta a rispettare. Un fatto gravissimo che potrebbe avere rilevanza penale (ricordiamo che sulla Raffineria di Milazzo gravano già diverse richieste di rinvio a giudizio).

Il Sindaco di Milazzo e la Gazzetta del Sud hanno praticamente ignorato la notizia, concentrandosi invece su una presunta gaffe del Ministro, “reo” di aver scritto su facebook che la “via delle parrucche” è a Milazzo, anzichè a Pace del Mela, che dista pochissimi Km da Milazzo e che con Milazzo e tutta la Valle del Mela condivide preoccupanti criticità sanitarie evidenziate da diversi studi [1].

Tempostretto si è invece preoccupata che l’attenzione del Ministro sulla Raffineria possa “smuovere l’assemblea degli azionisti” [2].

Accorgendosi che la notizia della violazione delle prescrizioni da parte della Raffineria è comunque arrivata all’opinione pubblica, c’è chi ha pensato di correre ai ripari.

Ecco che stamane OggiMilazzo ha pubblicato un articolo dal titolo altisonante: “Diffida del Ministero dell’Ambiente alla Raffineria di Milazzo, ecco tutta la verità“.

L’articolo cerca smentire che la Raffineria abbia violato prescrizioni dell’AIA, stigmatizzando chi ha “dato per scontato che la Raffineria non avrebbe ottemperato alla nuova Aia”. Secondo OggiMilazzo “tutta la polemica parte da una nota inviata all’indirizzo della Ram, …che OggiMilazzo è in grado di rivelare: …l’Aiain realtà c’entra poco“.

Peccato che l’autore dell’articolo, evidentemente consigliato e informato male, non sappia che sul portale del Ministero dell’Ambiente è pubblicato un documento relativo ad un’ispezione condotta da ISPRA e Arpa nel mese di aprile 2018 [3].

Nel documento si legge: “Per effetto della visita in loco ISPRA, d’intesa con ARPA Sicilia – ST di Messina, ha accertato la violazione delle seguenti prescrizioni dell’atto autorizzativo…

violazione prescrizioni

Le prescrizioni violate sono almeno tre. L’ispezione è avvenuta nell’aprile 2018, quindi prima del rilascio della nuova AIA del maggio 2018. Le violazioni riguardano infatti l’AIA del 2011, ma questo poco importa.

Ciò che importa è che queste violazioni hanno verosimilmente avuto un ruolo nello sversamento di idrocarburi da un serbatoio della Raffineria nel marzo 2018 e quindi è molto probabilmente che abbiano rilevanza penale. Siamo fiduciosi che la magistratura stia indagando al riguardo.

La gaffe clamorosa di OggiMilazzo pone comunque alcuni gravi iinterrogativi. Qual e la sua fonte? Chi l’ha indotta nella gaffe, evidentemente cercando di depistare l’opinione pubblica?

Ci chiediamo perchè OggiMilazzo abbia fatto completo affidamento sulla sua fonte “misteriosa” senza fare le opportune verifiche, pretendendo persino di smentire un Ministro della Repubblica. Lo ha fatto per pura ricerca dello scoop (come speriamo) o per  cercare di “scagionare” i gestori della Raffineria?

 

Note:

[1] Si veda: http://www.facebook.com/delMela/posts/2419150531446936

[2] https://www.tempostretto.it/news/tirreno-raffineria-milazzo-diffidata-dal-ministro-costa-prescrizioni-disattese.html

[3] Rapporto conclusivo dell’ispezione alla Raffineria di Milazzo del 9-13 aprile 2018, emesso il 28/6/2018, scaricabile al seguente link: http://www.va.minambiente.it/File/Documento/290816

La valle del Mela ha vinto sull’inceneritore di A2A. Questo è solo l’inizio della riscossa del territorio.

Il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha firmato il decreto che chiude definitivamente la partita, almeno dal punto di vista amministrativo, dell’inceneritore del Mela [1].

Si è trattato di una partita senza esclusione di colpi, durata quasi 4 anni, in cui alla fine i tanti semplici cittadini che vivono in questo stupendo e martoriato territorio hanno avuto la meglio sul gigante A2A e sui suoi interessi milionari.

Si chiude un capitolo buio nella storia della valle del Mela, che ha visto il tentativo – per fortuna respinto con coraggio e determinazione – di far subire a questo territorio ed ai suoi abitanti ulteriori affronti e veleni per il profitto di pochi.

La vittoria di oggi è la conferma che è finalmente scoccata l’ora di cambiare rotta: le industrie non possono più pensare di fare profitti sulla pelle dei cittadini, l’inquinamento va ridotto drasticamente e vanno favorite altre forme di sviluppo, che creino ricchezza e occupazione valorizzando (anzichè deturpando) le straordinarie vocazioni del territorio.

Una vittoria resa possibile grazie all’impegno e alla determinazione di tanti comitati e associazioni e soprattutto alla volontà ed alla partecipazione di tanti semplici cittadini: ricordiamo la valanga di NO ai referendum comunali del 31 gennaio 2016, le oltre 10 mila firme nella petizione contro l’inceneritore, la massiccia partecipazione popolare alle varie manifestazioni, da ultimo quella del 28 gennaio scorso – la più grande mai vista nel nostro territorio – quando 10 mila persone hanno inondato le strade di Milazzo.

Non si possono neanche dimenticare il sostegno ed il contributo delle tante amministrazioni che si sono schierate dalla parte dei cittadini, come anche il recepimento della volontà del territorio da parte di alcuni (non tutti a dire la verità) soggetti del mondo politico-istituzionale.

In particolare alla fine è stato decisivo il ruolo del presente governo e dei suoi esponenti locali, che hanno fatto si che il progetto dell’inceneritore presentato da A2A nel 2015 venisse definitivamente bocciato.

Ma decisivo è stato anche il divieto posto dal Piano Paesaggistico dell’Ambito 9, la cui approvazione, avvenuta nel dicembre 2016 per mano dell’allora Assessore regionale Vermiglio, è stata chiesta a gran voce dai comitati, le associazioni e le amministrazioni del territorio.

Un divieto chiaro e palese, riconosciuto dalla stessa A2A, ma paradossalmente non dall’attuale Soprintendente di Messina Orazio Micali, che per ben due volte ha cercato invano di ottenere l’annullamento dei pareri negativi del suo predecessore e del Ministero dei Beni Culturali.

Sebbene la partita amministrativa sia ormai chiusa, lo stesso non si può dire per quella giudiziaria: al TAR Lazio è infatti già pendente un ricorso di A2A, mentre al TAR Catania rimangono pendenti decine di ricorsi, tra cui quelli di A2A e della Raffineria di Milazzo, contro il Piano Paesaggistico.

Per scongiurare ogni pericolo, anche futuro, andrebbe affrontato alla radice l’interesse dei vari gruppi privati come A2A a piazzare inceneritori in tutta Italia. Le normative comunitarie e nazionali prevedono che la gestione dei rifiuti avvenga prioritariamente mediante il riciclaggio ed il compostaggio, anziché l’incenerimento. Eppure gli incentivi statali vanno più all’incenerimento che al riciclaggio: in questo modo la carenza di impianti di riciclaggio e compostaggio, specie al Sud, difficilmente potrà essere colmata, mentre continueranno i tentativi dei gruppi privati di costruire altri inceneritori, sebbene in contrasto con le direttive europee.

Un’altra richiesta che avanziamo al presente governo è quindi quella di togliere gli incentivi statali agli inceneritori (previsti nel cosiddetto “decreto rinnovabili”), destinandoli invece alla filiera del riciclaggio e del compostaggio. Questo tra l’altro avrebbe anche il beneficio di far crescere l’occupazione, visto che la filiera del riciclo crea molta più lavoro degli inceneritori, che impiegano al massimo alcune decine di persone.

 

Note:

[1] DM n.329 del 27.11.2018, pubblicato sul portale del Ministero dell’Ambiente (www.va.minambiente.it/File/Documento/316557).

Incendi di rifiuti: mafia e camorra vogliono gli inceneritori

Secondo gli inquirenti c’è un’unica regia dietro agli incendi dei siti di stoccaggio di rifiuti, che da diversi mesi rendono l’aria irrespirabile in diverse parti d’Italia, come la provincia di Caserta. E soprattutto c’è un’unica strategia: quella di “far saltare la catena del riciclo e dello smaltimento dei rifiuti per far fiorire, probabilmente, nuovi impianti” [1]. Già, nuovi impianti, ma che tipo di nuovi impianti? Di sicuro non impianti di riciclaggio, bensì i loro diretti “concorrenti”, ovvero gli INCENERITORI.

Un disegno criminale a cui fanno da sponda alcuni giornali, che ultimamente hanno avanzato la tesi assurda secondo cui gli incendi sarebbero dovuti alla carenza di inceneritori.

Una tesi ridicola anche perchè la Lombardia, anch’essa martoriata dagli incendi di rifiuti nelle ultime settimane, è la regione con la più elevata concentrazione di inceneritori d’europa.

Del resto la voglia di buttarsi nell’affare degli inceneritori è cosa nota da quasi 15 anni. Nel 2002 Cuffaro decise la realizzazione di 4 inceneritori in Sicilia, per una spesa complessiva di circa 6 miliardi di euro.

Come si seppe successivamente, tutto (persino la localizzazione degli inceneritori) era stato pianificato per tempo assieme alle cosche mafiose, che poi ovviamente si aggiudicarono appalti e subappalti [2], [3], [4].

Per fortuna dopo qualche tempo la Corte di Giustizia europea annullò le gare di appalto degli inceneritori di Cuffaro, il quale peraltro si dimise per essere stato condannato per aver favorito Cosa Nostra.

Adesso mafia e camorra rivogliono gli inceneritori. Per contrastare il fenomeno degli incendi il Ministro Costa ha annunciato la mobilitazione anche dell’esercito se necessario, per presidiare i siti di stoccaggio dei rifiuti.

Note:

[1] https://www.ilmattino.it/caserta/a_fuoco_impianto_rifiuti_di_s_maria_e_il_quarto_caso_da_luglio-4078975.html?fbclid=IwAR0Qqhu08Q3FrjxBdjDp1OHkpJ6heS2wGRHQN_hRLakDQ16av-jNsgSTpu0
.

[2] https://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/08/termovalorizzatori-in-sicilia-lultima-affare-di-cosa-nostra-una-torta-da-sei-miliardi-di-denaro-pubblico/

.
[4] http://www.terranauta.it/a2183/rifiuti_e_riciclo/sicilia_i_tentacoli_della_mafia_sugli_inceneritori.html?fbclid=IwAR2GG1Y9M0-giD3WfweUnbqgvE_EdHkrHWUjIok3Bdlz8W0GFCwwzi0QOQA

L’europa “boccia” gli inceneritori: verso uno stop ai finanziamenti. Ma in Italia continuano.

Brutte notizie per la lobby internazionale degli inceneritori. La Commissione europea ha proposto un nuovo regolamento per i Fondi europei di sviluppo, che  esclude gli inceneritori dai finanziamenti. I fondi verranno invece indirizzati verso scelte di gerarchia dei rifiuti più elevate: prevenzione, riutilizzo e riciclaggio. Giovedì 25 Ottobre la proposta ha già ottenuto il parere favorevole della Commissione Ambiente del Parlamento europeo.  Si aspetta adesso il parere della Commissione per lo sviluppo regionale, previsto per il 21 novembre [1].

Si tratterebbe di un duro colpo per gli inceneritori europei, che finora hanno beneficiato, specie in alcuni paesi, di lauti finanziamenti pubblici. E’ noto che la  sopravvivenza e redditività degli inceneritori dipende proprio da finanziamenti pubblici, essendo di per sè antieconomici e quindi incapaci di mantenersi in un libero mercato.

Se la proposta della Commissione europea verrà approvata, l’Italia resterà forse l’unico paese europeo dove i soldi dei cittadini vengono regalati agli inceneritori, spacciandoli per incentivi alle “energie rinnovabili”.

Una sorta di “truffa legalizzata” a cui diede il via il Mise con il DM 6 luglio 2012, quando era in carica il Governo Monti: il decreto (vedi art. 8, comma 4, e art. 18) assimila infatti i rifiuti urbani, speciali ed il CSS alle biomasse, come se fossero costituiti per il 51% da rifiuti biodegradabili. Così facendo gli incentivi destinati alle energie rinnovabili vengono dirottati sugli inceneritori. Gli incentivi vengono estesi anche all’incenerimento degli pneumatici, “per i quali si assume una percentuale forfettaria di biodegradabilità pari al 35%”: in altre parole persino bruciare i copertoni viene incentivato come se fosse “energia rinnovabile”.

passera
Passera

A capo del Mise si trovava all’epoca l’ex Ministro Corrado Passera con il Sottosegretario De Vincenti, poi in seguito diventato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel Governo Renzi e Ministro per il mezzogiorno nel Governo Gentiloni. De Vincenti è stato coinvolto assieme a Lo Presti, attuale Direttore delle valutazioni ambientali del Ministero dell’Ambiente, nello scandalo delle intercettazioni sulla Centrale a carbone di Vado Ligure, accusata dalla magistratura della morte di centinaia di persone per inquinamento [2].

de vincenti
De Vincenti

In particolare sia Lo Presti che De Vincenti si sarebbero prodigati per rendere vano il provvedimento di sequestro della magistratura: De Vincenti (all’epoca dei fatti Viceministro dello sviluppo economico) suggerendo all’azienda un’escamotage per aggirare le prescrizioni, Lo Presti preparando una legge con il medesimo fine.

Gli incentivi agli inceneritori previsti nel DM 6/7/2012 sono stati poi riconfermati nel “Decreto rinnovabili” del 23/6/2016, in particolare con il solito comma 4 dell’art. 8 (Errare humanum est, perseverare autem diabolicum). In questo caso in carica era il Governo Renzi ed i firmatari del Decreto sono stati Carlo Calenda (ex Ministro S.E.), il disastroso ex Ministro dell’Ambiente Galletti e l’attuale segretario del PD Maurizio martinaMartina, all’epoca Ministro delle politiche agricole.

Questi incentivi sono molto probabilmente alla base del progetto dell’inceneritore del Mela, così come degli altri progetti di inceneritori spuntati in questi ultimi anni  in tutta Italia. Infatti le aziende come A2A perseguono, com’è ovvio, i propri profitti: se questi si possono fare meglio con gli inceneritori, grazie agli incentivi statali, allora le aziende sono incentivate a buttarsi in questo business.

Recentemente l’attuale governo ha bocciato il progetto dell’inceneritore, ma ciò non risolve del tutto il pericolo per la valle del Mela: finchè gli incentivi agli inceneritori resteranno in vigore A2A molto probabilmente continuerà ad insistere con questo o altri progetti scellerati.

Note:

[1] https://zerowasteeurope.eu/2018/10/envi-committee-cut-incineration-funding/

[2] https://www.iltempo.it/politica/2015/07/16/news/suggeri-come-aggirare-leggi-bufera-sul-sottosegretario-982478/