Sono centinaia gli studi scientifici che evidenziano la pericolosità degli inceneritori: studi pubblicati su prestigiose riviste scientifiche internazionali e consultabili su PubMed.gov, biblioteca online di letteratura scientifica biomedica.

Una accurata revisione di studi epidemiologici è stata anche pubblicata negli Annali dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) del 2004. Sono stati presi in considerazione 46 studi condotti con particolare rigore e si sono riscontrato rischi statisticamente significativi in due terzi degli studi che hanno preso in considerazione mortalità, incidenza, prevalenza di tumori.[1]

Particolarmente robusto anche lo studio condotto in Francia da La Veille Sanitarie [2]– un’Istituzione pubblica analoga al nostro ISS – che ha preso in considerazione 135.567 casi di cancro insorti nelle popolazioni residenti nelle aree esposte a 16 inceneritori.

I risultati, aggiornati al marzo 2008, presentano per la quasi totalità delle patologie tumorali un aumentato rischio statisticamente significativo.

Come ben esposto in un recente Dossier dell’ISDE (associazione internazionale dei medici per l’ambiente), “particolarmente significativa risulta l’associazione con cancro al polmone, linfomi non Hodgkin, neoplasie infantili e soprattutto sarcomi, patologia ormai considerata “sentinella” dell’inquinamento da inceneritori” [3].

Riguardo alla correlazione tra diossina emessa dagli inceneritori e sarcomi si segnala in particolare uno studio che ha preso in considerazione 33 tra inceneritori ed altre fonti industriali di diossine della provincia di Venezia [4]. Si tratta di uno studio importante perché condotto con un’analisi assolutamente rigorosa per quanto riguarda la stima delle emissioni, la ricostruzione della storia abitativa, la validazione dei casi e la loro revisione diagnostica. Si evidenzia un incremento statisticamente significativo del rischio per i soggetti con più lungo periodo e più alto livello di esposizione, specie nel sesso femminile.

Ma gli studi epidemiologici hanno più volte evidenziato anche effetti non neoplastici. Al riguardo citiamo il suddetto Dossier ISDE (pagg.3-4), che evidenzia come gli inceneritori siano associati anche a: “alterazione nel metabolismo degli estrogeni, incremento dei nati femmine e parti gemellari, incremento di malformazioni congenite, ipofunzione tiroidea, disturbi nella pubertà ed anche diabete, patologie cerebrovascolari, ischemiche cardiache, problemi comportamentali, tosse persistente, bronchiti, allergie. Un ampio studio [5] condotto in Giappone ha analizzato lo stato di salute di 450.807 bambini da 6 a 12 anni della prefettura di Osaka – ove sono attivi 37 impianti di incenerimento per rifiuti solidi urbani (RSU) – ed ha evidenziato una relazione statisticamente significativa fra vicinanza della scuola all’impianto di incenerimento e sintomi quali: difficoltà di respiro, mal di testa, disturbi di stomaco, stanchezza. “

Nel 2008 l’Associazione Italiana di Epidemiologia (AIE) non ha potuto fare a meno di evidenziare come gli impianti di incenerimento “di vecchia generazione hanno certamente comportato l’esposizione ambientale della popolazione residente a livelli elevati di sostanze tossiche. […] Studi metodologicamente robusti e difficilmente contestabili hanno messo in evidenza eccessi di tumori riconducibili all’esposizione a diossine” [6].

Ma da allora hanno continuato ad accumularsi studi, anche recentissimi, sulla pericolosità degli inceneritori, anche di ultima generazione. Proprio su questi ultimi, peraltro, non esistono studi epidemiologici che dimostrino l’assenza di effetti a lungo termine sulla popolazione. Anzi alcuni studi che sono stati condotti negli ultimi anni su impianti di nuova generazione mostrano dati tutt’altro che confortanti.

Pochi mesi fa ad esempio è stato pubblicato uno studio che mostra un incremento della mortalità e del tasso di ospedalizzazione nell’area vicina all’inceneritore di San Zeno (Arezzo) [11].

A supporto della tesi che i nuovi inceneritori siano innocui viene spesso citato  “Moniter”, un’indagine condotta da ARPA Emilia Romagna sugli effetti ambientali e sanitari degli otto inceneritori attivi nella regione. Eppure i risultati di Moniter hanno dato frutto ad una sola pubblicazione scientifica su prestigiose riviste internazionali, dotate di Impact Factor e revisori: tale studio indica come le emissioni dei moderni inceneritori siano in relazione con un aumento di aborti spontanei [12].

Peraltro un’altra linea di ricerca dello studio Moniter, quella sul bioaccumulo di metalli pesanti utilizzando muschi e licheni, ha dimostrato i maggiori valori di accumulo di alcuni metalli pesanti (in particolare cadmio) nei dintorni dell’inceneritore del Frullo, definito dagli estensori dello studio l’inceneritore “tecnologicamente più avanzato in Emilia-Romagna” [13]

E’ stato invece condotto dall’ARPA Piemonte il recentissimo studio sull’inceneritore di Vercelli, pubblicato nel 2015, che ha mostrato effetti disastrosi sulla salute dei residenti esposti: incremento della mortalità generale, incremento dell’incidenza di varie neoplasie (si arriva addirittura al +400% del tumore del colon-retto), ma anche incremento significativo di patologie non neoplastiche come infarto e depressione [14] .

A livello nazionale, altri risultati preoccupanti prodotti da ARPA e ASL sono recentemente arrivati anche per gli inceneritori del Lazio (studio ERAS) e Cosmari (Marche) ed è prevedibile che aumentino, in linea con la letteratura internazionale.

Alcuni studi sugli inceneritori di nuova generazione vengono citati nel dossier della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri “Salute e ambiente: aria, acqua e alimentazione” [15]:

Un recente studio spagnolo ha mostrato un aumentato rischio di morte per cancro in residenti in prossimita di inceneritori che rispettavano le direttive IPPC (Intergovernmental Panel on Climate Change)[16].

 Uno studio condotto a Taiwan su residenti entro 3 km da inceneritori costruiti in prossimita delle citta da tecnici occidentali (inglesi e americani) rispettando gli standard tecnologici e di controllo dei paesi di provenienza ha dimostrato un aumento del rischio di ritardo psicomotorio nei bambini entro i primi 3 anni di eta [17].

 Un altro studio ha documentato un incremento significativo delle concentrazioni sieriche di PCB in residenti in prossimita di inceneritori di recente costruzione (che utilizzavano le BAT, Best Available Techniques) dopo 2 anni di esposizione alle emissioni [18]

A questi bisogna aggiungere altri due recenti lavori scientifici sui rischi sanitari non oncologici degli inceneritori di ultima generazione, prodotti da studiosi autorevoli di livello internazionale e riguardanti le conseguenze in età pediatrica:

– Kalfa N e altri urologi afferenti a 12 diversi centri di ricerca francesi hanno dimostrato (maggio 2016) in una coorte di 300 bambini senza difetti genetici che il rischio di nascere con ipospadia è più alto se le madri vivono entro 3 Km da un inceneritore [19];

– Cordier et al (2010) hanno dimostrato un aumentato rischio di malformazioni delle vie urinarie in bambini nati da madri esposte alle emissioni degli inceneritori [20];

Insomma, a ben vedere la tesi secondo la quale gli impianti di nuova generazione azzerino i rischi sanitari già riconosciuti per i vecchi impianti non solo non è supportata da alcun dato scientifico a lungo termine, ma pare anche smentita da alcune delle più recenti evidenze scientifiche a breve termine.

Solitamente i fautori di tale tesi fanno riferimento ai nuovi limiti di legge, considerati “più restrittivi”. Ma tale maggiore restrittività spesso è solo apparente. Ad esempio il limite di 0.1 ng/m³ dell’attuale normativa per le diossine è espresso in Tossicità Equivalente (TE), mentre il limite di 4.000 ng/m³ della vecchia normativa prendeva in considerazione la concentrazione reale delle diossine nel loro complesso. Alla famiglia delle diossine appartengono 210 diverse forme molecolari, 17 delle quali sono considerate tossiche. La Tossicità Equivalente (TE) fa riferimento alla forma molecolare più tossica della famiglia delle diossine. Ad ognuna delle altre 16 diossine tossiche viene assegnato un fattore di equivalenza di tossicità che può ridurre fino a 4 ordini di grandezza la concentrazione espressa in TE rispetto alla concentrazione chimica reale. Pertanto i nuovi limiti prendono in considerazione in maniera più specifica la tossicità delle diossine emesse, ma non vi è alcuna garanzia che siano in ogni caso più restrittivi dei vecchi limiti. Vi sono infatti varie evidenze [7]  che l’octodiossina sia tra le diossine più rappresentate tra le varie forme di diossina. L’octodiossina ha un fattore di equivalenza di tossicità di 0,0001 [8], quindi 0,1 ng/m³ in TE nel caso dell’octodiossina corrisponde ad una concentrazione reale di 1000 ng/m³, non lontana dal vecchio limite di legge.  Se consideriamo che quest’ultimo ponderava anche le 193 forme non tossiche di diossina si capisce come in alcuni casi i nuovi limiti possono addirittura risultare meno restrittivi di quelli vecchi.

Ma quel che è peggio è che i nuovi inceneritori sono alimentati con una quantità di rifiuti ben maggiore rispetto a quelli vecchi e di conseguenza sono molto maggiori sia i volumi di fumi emessi, sia la quantità complessiva di diossina e altri inquinanti. Infatti i limiti di legge si riferiscono alla concentrazione per ogni m³ di fumo ma non prendono in considerazione la quantità complessiva di ogni inquinante emesso, che invece è il parametro più importante dal punto di vista sanitario, soprattutto per inquinanti persistenti e bioaccumulabili come le diossine.

Infine non va dimenticato che, anche ammettendo una maggiore efficacia dei sistemi di abbattimento delle immissioni in atmosfera, ciò non fa altro che determinare il trasferimento degli inquinanti dai fumi ai rifiuti prodotti dagli inceneritori (in particolare le ceneri leggere raccolte nei filtri) e quindi una ridislocazione nel tempo e nello spazio dell’impatto sanitario e ambientale.

Infine una delle problematiche emergenti e più inquietanti poste dagli impianti di nuova generazione è la formazione di ingentissime quantità di nanoparticelle (PM 0.1)[9], correlata alle temperature più elevate di esercizio. Si tratta del particolato di dimensioni inferiori a 0.1 µm, per cui non sono previsti né una regolamentazione né un monitoraggio specifico e che, a fronte delle esigue dimensioni, da un contributo trascurabile alla massa delle polveri totali normate dai limiti di legge. D’altro canto esistono varie evidenze scientifiche che proprie le nanoparticelle siano le polveri più pericolose per la salute umana [10].

Le nanoparticelle sarebbero peraltro responsabili dell’incremento di una vasta gamma di patologie non tumorali, come infarto, ictus e disturbi neuropsichiatrici, cosicchè i nuovi impianti di incenerimento potrebbero nel lungo termine comportare un cambiamento qualitativo delle principali “patologie sentinella”.

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Note:

[1] Franchini, M., et al. “Health effects of exposure to waste incinerator emissions: a review of epidemiological studies”, Ann. I.S.S.( 2004).

[2] “Etude d’incidence des cancers a proximitè des usines d’incineration d’ ordures menageres” – Institut de Veille Sanitaire, Sant Maurice Fabre P. (2008). Consultabile al seguente link: www.invs.sante.fr/publications/2008/rapport_uiom/rapport_uiom.pdf

[3] “Danni alla salute umana provenienti dall’incenerimento dei rifiuti”, pag. 4. Link: http://www.slideshare.net/GMarazzini/inceneritori-dossier-isde

  Si tratta di un Dossier dell’ISDE che riassume i vari aspetti della pericolosità degli inceneritori sulla salute umana sulla base di una bibliografia aggiornata al 2014.

[4] Zambon, P et al. “Sarcoma risk and dioxin emissions from incinerators and industrial plants: a population based case-control study (Italy)”, Environmental Health (2007) Jul 16;6:19

Consultabile anche nella versione in italiano: http://docplayer.it/12502727-Rischio-di-sarcoma-in-rapporto-all-esposizione-ambientale-a-diossine-emesse-dagli-inceneritori-studio-caso-controllo-nella-provincia-di-venezia.html

[5] Miyake Y et al “Relation between distance of school from the nearst municipal waste incineration plant anh child health in Japan” Europ. Jour. of Epidemiology (2005) 20:1023-1029

[6] “Trattamento dei rifiuti e Salute: Posizione dell’Associazione Italiana di Epidemiologia” E&P anno (2008) 32(45) luglio- ottobre pag. 184-18

[7] http://www.arpa.puglia.it/c/document_library/get_file?uuid=6a366cc8-ddde-4336-98f8-f977a0211665&groupId=13879

[8] http://www.salute.gov.it/imgs/c_17_pubblicazioni_821_allegato.pdf

[9] Lo studio Moniter già citato evidenzia come le emissioni di particolato dei moderni inceneritori siano prevalentemente caratterizzate da nanoparticelle (PM 0,1)

[10] The Royal Society and The Royal Academy of Engineering. “Nanoscience and nanotechnologies” http://www.nanotec.org.uk;

– Jesus A “Ambient particulate pollutants in the ultrafine range promote early atherosclerosis and systemic ossidative stress” Circul. Res (2008) 102 589-596;

– Calderon Garciduenas L. “Pediatric Respiratory and Systemic effects of chronic air pollution exposure: nose, lung, hearth, and brain pathology” Toxicology Pathology (2007) 35:154-162;

– Peters A. “Translocation and potential neurological effects of fine and ultrafine particles a critical update” Part. Fibre Toxicol. (2006) 8:3-13;

– Maynard J “Metals and amyloide-B in Alzheimer disease” Inter. J. Exp. Path. 2005 86:147-159;

– Si vedano inoltre il Dossier “POLVERI ULTRAFINI ED EFFETTI SULLA SALUTE” del Centro Tematico Regionale di Epidemiologia Ambientale del Veneto: http://prevenzione.ulss20.verona.it/docs/Epidemiologia_ambientale/Documentazione/Polveri_ultrafini_effetti_salute.pdf

e l’articolo dell’Arpat Toscana “A proposito delle dichiarazioni del dott. Montanari sulla questione nanopolveri”: http://www.arpat.toscana.it/notizie/arpatnews/2006/087-06.pdf

[11] Epidemiol Prev. 2016 Jan-Feb;40(1):33-43. doi: 10.19191/EP16.1.P033.012.

[Epidemiological population-based cohort study on mortality and hospitalization in the area near the waste incinerator plant of San Zeno, Arezzo (Tuscany Region, Central Italy)].

Minichilli FSantoro M2Linzalone N2Maurello MT3Sallese D3Bianchi F.

[12] Candela S, Bonvicini L, Ranzi A, Baldacchini F, Broccoli S, Cordioli M et al. Exposure to emissions from municipal solid waste incinerators and miscarriages: a multisite study of the MONITER Project. Environment international 2015;78:51-60

[13] Position Paper Isde Italia: la gestione sostenibile dei RSU, pag. 19 http://www.isde.it/wp-content/uploads/2014/02/2015-08-12-Position-Paper-RIFIUTI-finale.pdf

[14] http://www.arpa.piemonte.gov.it/news/concluso-lo-studio-epidemiologico-arpa-sullinceneritore-di-vercelli

[15] Il dossier è stato accreditato come corso di formazione a distanza Evidence Based per Medici Chirurghi ed Odontoiatri per il 2015. Il 4° capitolo del dossier, denominato “Inquinamento Atmosferico”, si occupa anche di inceneritori ed è stato riprodotto in versione consultabile al pubblico al seguente link:

https://drive.google.com/file/d/0BxfXjQtowYAkb1ZadVhSNnA5Q0E/view      

[16] Garcia-Perez J, Fernandez-Navarro P, et al. Cancer mortality in towns in the vicinity of incinerators and installations for the recovery or disposal of hazardous waste. Environment International 2013;51:31-44.

[17] Lung FW, Chiang TL, et al. Incinerator pollution and child development in the Taiwan birth cohort study. International Iournal of Environmental Research and Public Health 2013;10:2241-57.

[18] Zubero MB, Aurrekoetxea JJ, et al. Evolution of PCDD/Fs and dioxin-like PCBs in the general adult population living close to a MSW incinerator. Sci Total Environ 2011;410-411:241-7.

[19] Kalfa N, Paris F, Philibert P, Orsini M, Broussous S, Fauconnet-Servant N et al. Is Hypospadias Associated with Prenatal Exposure to Endocrine Disruptors? A French Collaborative Controlled Study of a Cohort of 300 Consecutive Children Without Genetic Defect. European urology 2015;68:1023-30.

[20] Cordier S, Lehebel A, Amar E, Anzivino-Viricel L, Hours M, Monfort C et al. Maternal residence near municipal waste incinerators and the risk of urinary tract birth defects. Occup.Environ.Med. 2010;67:493-9

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